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Di seguito tutti gli interventi pubblicati sul sito, in ordine cronologico.
Il maestro di Zen Hakuin era decantato dai vicini per la purezza della sua vita.
Accanto a lui abitava una bella ragazza giapponese, i cui genitori avevano un negozio di alimentari. Un giorno, come un fulmine a ciel sereno, i genitori scoprirono che era incinta.
La cosa mandò i genitori su tutte le furie. La ragazza non voleva confessare chi fosse l'uomo, ma quando non ne poté più di tutte quelle insistenze, finì col dire che era stato Hakuin.
I genitori furibondi andarono dal maestro. «Ah sì?» disse lui come tutta risposta.
Quando il bambino nacque, lo portarono da Hakuin. Ormai lui aveva perso la reputazione, cosa che lo lasciava indifferente, ma si occupò del bambino con grande sollecitudine. Si procurava dai vicini il latte e tutto quello che occorreva al piccolo.
Dopo un anno la ragazza madre non resistette più. Disse ai genitori la verità: il vero padre del bambino era un giovanotto che lavorava al mercato del pesce.
La madre e il padre della ragazza andarono subito da Hakuin a chiedergli perdono, a fargli tutte le loro scuse e a riprendersi il bambino.
Hakuin non fece obiezioni. Nel cedere il bambino, tutto quel che disse fu: «Ah sì?».
Gudo era l'insegnante dell'imperatore del suo tempo. Però viaggiava sempre da solo come un mendicante girovago.
Una volta, mentre era in cammino verso Edo, il centro culturale e politico del shogunato, si trovò nei pressi di un piccolo villaggio chiamato Takenaka. Era sera e pioveva a dirotto.
Gudo era bagnato fradicio. I suoi sandali di paglia erano a pezzi. In una casa colonica vicino al villaggio vide quattro o cinque paia di sandali su un davanzale e decise di comprarne un paio. La donna che gli vendette i sandali, vedendolo così bagnato, lo invitò a passare la notte lì in casa. Gudo accettò con molti ringraziamenti. Entrò e recitò un sutra davanti al reliquiario della famiglia.
Poi la donna lo presentò a sua madre e ai suoi figli. Notando che avevano tutti un'aria afflitta, Gudo domandò se fosse accaduta qualche disgrazia. «Mio marito gioca d'azzardo ed è un beone» gli spiegò la padrona di casa. «Quando gli capita di vincere si ubriaca e diventa manesco. Quando perde si fa prestare i soldi dagli altri. A volte, quando è ubriaco fradicio, non rincasa nemmeno. Che posso fare?». «Lo aiuterò io» disse Gudo. «Ecco un po' di denaro. Procurami un gallone di vino buono e qualcosa di stuzzicante da mangiare. Poi andatevene a dormire. Io resterò in meditazione davanti al reliquiario».
Quando, intorno alla mezzanotte, il marito della donna rincasò completamente ubriaco, si mise a berciare: «Ehi, moglie, io sono a casa. Non c'è niente da mangiare?». «Qualcosa ce l'ho io» disse Gudo. «Sono stato sorpreso dalla pioggia, e tua moglie mi ha gentilmente invitato a passare qui la notte. Per ringraziarla ho comprato del pesce e un po' di vino, sicché puoi gustarne anche tu». L'uomo fu tutto contento.
Bevve subito il vino e si sdraiò sul pavimento. Gudo rimase in meditazione accanto a lui. Quando il marito si svegliò la mattina dopo, non ricordava più nulla della sera prima. «Chi sei? Di dove vieni?» domandò a Gudo che stava ancora meditando. «Sono Gudo di Kyoto e sto andando a Edo» rispose il maestro di Zen.
L'uomo provò un'immensa vergogna. Non la finiva più di scusarsi con l'insegnante del suo imperatore.
Gudo sorrise. «In questa vita tutto è instabile» spiegò. «La vita è brevissima. Se tu continui a giocare e a bere, non ti resterà il tempo di fare altro, e farai soffrire anche la tua famiglia».
Fu come se la coscienza del marito si ridestasse da un sogno. «Come potrò mai compensarti di questo meraviglioso ammaestramento? Lascia che ti accompagni e che porti la tua roba per un pezzo di strada». «Come vuoi» acconsentì Gudo. I due si misero in cammino.
Dopo tre miglia Gudo disse all'uomo di tornare indietro. «Altre cinque miglia soltanto» lo pregò quello. Continuarono a camminare. «Ora puoi tornare indietro» disse Gudo. «Faccio ancora dieci miglia» rispose l'uomo. «Adesso torna indietro» disse Gudo quando ebbero percorso le dieci miglia. «Voglio seguirti per tutto il resto della mia vita» dichiarò l'uomo.
In Giappone, gli odierni insegnanti di Zen discendono da un famoso maestro che fu il successore di Gudo. Il suo nome era Mu-nan, l'uomo che non tornò mai indietro.
Nan-in, un maestro giapponese dell'era Meiji (1868-1912), ricevette la visita di un professore universitario che era andato da lui per interrogarlo sullo Zen.
Nan-in servì il tè. Colmò la tazza del suo ospite, e poi continuò a versare.
Il professore guardò traboccare il tè, poi non riuscì più a contenersi. «È ricolma. Non ce n'entra più!»
«Come questa tazza,» disse Nan-in «tu sei ricolmo delle tue opinioni e congetture. Come posso spiegarti lo Zen, se prima non vuoti la tua tazza?».
Il gioco della vita è il gioco del boomerang.
Pensieri, azioni e parole prima o poi tornano indietro, con una precisione stupefacente.
Florence Shinn
Tao te Ching (da i a xx)
I - DELINEA IL TAO
Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao, il nome che può essere nominato non è l'eterno nome. Senza nome è il principio del Cielo e della Terra, quando ha nome è la madre delle diecimila creature. Perciò chi non ha mai desideri ne contempla l'arcano, chi sempre desidera ne contempla il termine. Quei due hanno la stessa estrazione anche se diverso nome ed insieme sono detti mistero, mistero del mistero, porta di tutti gli arcani.
II - NUTRIRE LA PERSONA
Sotto il cielo tutti sanno che il bello è bello, di qui il brutto, sanno che il bene è bene, di qui il male. È così che essere e non-essere si danno nascita fra loro, facile e difficile si danno compimento fra loro, lungo e corto si danno misura fra loro, alto e basso si fanno dislivello fra loro, tono e nota si danno armonia fra loro, prima e dopo si fanno seguito fra loro. Per questo il santo permane nel mestiere del non agire e attua l'insegnamento non detto. Le diecimila creature sorgono ed egli non le rifiuta le fa vivere ma non le considera come sue, opera ma nulla si aspetta. Compiuta l'opera egli non rimane e proprio perché non rimane non gli vien tolto.
III - TENERE TRANQUILLO IL POPOLO
Non esaltare i più capaci fa sì che il popolo non contenda, non pregiare i beni che con difficoltà s'ottengono fa sì che il popolo non diventi ladro, non ostentare ciò che può desiderarsi fa sì che il cuore del popolo non si turbi. Per questo il governo del santo svuota il cuore al popolo e ne riempie il ventre, ne infiacchisce il volere e ne rafforza le ossa sempre fa sì che non abbia scienza né brama e che colui che sa non osi agire. Poiché egli pratica il non agire nulla v'è che non sia governato.
IV - QUEL CHE NON HA ORIGINE
Il Tao viene usato perché è vuoto e non è mai pieno. Quale abisso! sembra il progenitore delle diecimila creature. Smussa le sue punte, districa i suoi nodi, mitiga il suo splendore, si rende simile alla sua polvere. Quale profondità! sembra che da sempre esista. Non so di chi sia figlio, pare anteriore all'Imperatore del Cielo.
V - L'USO DEL VUOTO
Il Cielo e la Terra non usano carità, tengono le diecimila creature per cani di paglia. Il santo non usa carità tiene i cento cognomi per cani di paglia. Lo spazio tra Cielo e Terra come somiglia a un mantice! Si vuota ma non si esaurisce, si muove ed ancora più ne esce. Parlar molto e scrutare razionalmente vale meno che mantenersi vuoto.
VI - COMPLETA L'IMMAGINE
Lo spirito della valle non muore, è la misteriosa femmina. La porta della misteriosa femmina è la scaturigine del Cielo e della Terra. Perennemente ininterrotto come se esistesse viene usato ma non si stanca.
VII - OCCULTARE LA LUCE
Il Cielo è perpetuo e la Terra perenne. La ragione per cui il Cielo può essere perpetuo e la Terra perenne è che non vivono per sé stessi: perciò possono vivere a lungo. Per questo il santo pospone la sua persona e la sua persona viene premessa, apparta la sua persona e la sua persona perdura. Non è perché è spoglio di interessi? Per questo può realizzare il suo interesse.
VIII - TORNARE ALLE QUALITÀ NATURALI
Il sommo bene è come l'acqua: l'acqua ben giova alle creature e non contende, resta nel posto che gli uomini disdegnano. Per questo è quasi simile al Tao. Nel ristare si adatta al terreno, nel volere s'adatta all'abisso, nel donare s'adatta alla carità, nel dire s'adatta alla sincerità, nel correggere s'adatta all'ordine, nel servire s'adatta alla capacità, nel muoversi s'adatta alle stagioni. Proprio perché non contende non viene trovata in colpa.
IX - TENDERE ALL'INCOLORE
Chi colma ciò che possiede meglio farebbe a desistere, chi batte a fino ciò che è appuntito non lo mantiene a lungo intatto. Un palazzo colmo d'oro e di gemme non si può conservare, chi si fa arrogante perché ricco e nobile procura da sé la sua rovina. Ad opera compiuta ritrarsi è la Via del Cielo.
X - SAPER AGIRE
Preserva l'Uno dimorando nelle due anime: sei capace di non farle separare? Pervieni all'estrema mollezza conservando il ch' i : sei capace d'essere un pargolo? Purificato e mondo abbi visione del mistero: sei capace d'esser senza pecca? Governa il regno amando il popolo: sei capace di non aver sapienza? All'aprirsi e al chiudersi della porta del Cielo sei capace d'esser femmina? Luminoso e comprensivo penetra ovunque: sei capace di non agire? Fa vivere le creature e nutrile, falle vivere e non tenerle come tue, opera e non aspettarti nulla, falle crescere e non governarle. Questa è la misteriosa virtù.
XI - L'UTILITÀ DEL NON-ESSERE
Trenta raggi si uniscono in un solo mozzo e nel suo non-essere si ha l'utilità del carro, s'impasta l'argilla per fare un vaso e nel suo non-essere si ha l'utilità del vaso, s'aprono porte e finestre per fare una casa e nel suo non-essere si ha l'utilità della casa. Perciò l'essere costituisce l'oggetto e il non-essere costituisce l'utilità.
XII - REPRIMERE LE BRAME
I cinque colori fan sì che s'acciechi l'occhio dell'uomo, le cinque note fan sì che s'assordi l'orecchio dell'uomo, i cinque sapori fan sì che falli la bocca dell'uomo, la corsa e la caccia fan sì che s'imbesti il cuore dell'uomo, i beni che con difficoltà si ottengono fan sì che sia dannosa la condotta dell'uomo. Per questo il santo è per il ventre e non per l'occhio. Perciò respinge l'uno e preferisce l'altro.
XIII - RESPINGERE LA VERGOGNA
Favore e sfavore fanno paura, pregiar la propria persona è gran sventura. Che significa favore e sfavore fan paura? Il favore è un abbassarsi: nell'ottenerlo s'ha paura, di perderlo s'ha paura. Questo significa favore e sfavore fan paura. Che significa pregiar la propria persona è gran sventura? La ragione per cui ho gran sventura è che tengo alla mia persona, se non tenessi alla mia persona quale sventura avrei? Per questo a chi di sé fa pregio a pro del mondo si può affidare il mondo, a chi di sé ha cura a pro del mondo si può confidare il mondo.
XIV - INTRODUCE AL MISTERO
A guardarlo non lo vedi, di nome è detto l'Incolore. Ad ascoltarlo non lo odi, di nome è detto l'Insonoro. Ad afferrarlo non lo prendi, di nome è detto l'Informe. Questi tre non consentono di scrutarlo a fondo, ma uniti insieme formano l'Uno. Non è splendente in alto non è oscuro in basso, nel suo volversi incessante non gli puoi dar nome e di nuovo si riconduce all'immateriale. È la figura che non ha figura, l'immagine che non ha materia: è l'indistinto e l'indeterminato. Ad andargli incontro non ne vedi l'inizio, ad andargli appresso non ne vedi la fine. Attieniti fermamente all'antico Tao per guidare gli esseri di oggi e potrai conoscere il principio antico. È questa l'orditura del Tao.
XV - APPALESA LA VIRTÙ
Quelli che in antico eccellevano come adepti del Tao penetravano l'arcano e comunicavano col mistero, erano profondi da non poter essere compresi. Proprio perché non possono essere compresi io mi sforzerò di darne i tratti. Irresoluti erano come chi d'inverno guada un fiume, guardinghi erano come chi teme i vicini ai quattro lati, rispettosi erano come chi è ospite, frammentati erano come ghiaccio che si va fondendo, schietti erano come legno non ancora sgrossato, vuoti erano come valli, torbidi erano come acqua motosa. Chi è capace d'esser motoso per fare illimpidire piano piano riposando? Chi è capace d'esser placido per far vivere pian piano rimuovendo a lungo? Chi s'attiene a questa Via non brama d'esser pieno, e proprio perché non si riempie può starsene nell'ombra senza innovar l'antico.
XVI - VOLGERSI ALLA RADICE
Arrivare alla vacuità è il culmine, mantenere la quiete è schiettezza: le diecimila creature insieme sorgono ed io le vedo ritornare a quelle, quando le creature hanno avuto il lor rigoglio ciascuna fa ritorno alla sua radice. Tornare alla radice è quiete, il che vuol dire restituire il mandato, restituire il mandato è eternità. Chi conosce l'eternità è illuminato, chi non la conosce insensatamente provoca sventure. Chi conosce l'eternità tutto abbraccia, tutto abbracciando è equanime, essendo equanime è sovrano, essendo sovrano è Cielo, essendo Cielo è Tao, essendo Tao a lungo dura e per tutta la vita non corre pericolo.
XVII – LA PURA INFLUENZA
Dei grandi sovrani il popolo sapeva che esistevano, vennero poi quelli che amò ed esaltò, e poi quelli che temette, e poi quelli di cui si fece beffe: quando la sincerità venne meno s'ebbe l'insincerità. Com'erano pensosi i primi nel soppesar le loro parole! Ad opera compiuta e ad impresa riuscita dicevano i cento cognomi: siamo così da noi stessi.
XVIII - LO SCADIMENTO DEI COSTUMI
Quando il gran Tao fu negletto s'ebbero carità e giustizia, quando apparvero intelligenza e sapienza s'ebbero le grandi imposture, quando i sei congiunti non furono in armonia s'ebbero pietà filiale e clemenza paterna, quando gli stati caddero nel disordine s'ebbero i ministri leali.
XIX - TORNARE ALLA PUREZZA
Tralascia la santità e ripudia la sapienza e il popolo s'avvantaggerà di cento doppie, tralascia la carità e ripudia la giustizia ed esso tornerà alla pietà filiale e alla clemenza paterna, tralascia l'abilità e ripudia il lucro e più non vi saranno ladri e briganti. Quelle tre reputa formali e insufficienti, perciò insegna che v'è altro a cui attenersi: mostrati semplice e mantienti grezzo, abbi poco egoismo e scarse brame.
XX - DIFFERENZIARSI DAL VOLGO
Tralascia lo studio e non avrai afflizioni. Tra un pronto e un tardo risponder sì quanto intercorre? Quel che gli altri temono non posso non temer io. Oh, quanto son distanti e ancor non s'arrestano! Tutti gli uomini sono sfrenati come a una festa o un banchetto sacrificale, come se in primavera ascendessero ad una torre. Sol io quanto son placido! tuttora senza presagio come un pargolo che ancor non ha sorriso, quanto son dimesso! come chi non ha dove tornare. Tutti gli uomini hanno d'avanzo sol io sono come chi tutto ha abbandonato. Oh, il mio cuore di stolto quanto è confuso! L'uomo comune è così brillante sol io sono tutto ottenebrato, l'uomo comune in tutto s'intromette, solo io di tutto mi disinteresso, agitato sono come il mare, sballottato sono come chi non ha punto fermo. Tutti gli uomini sono affaccendati sol io sono ebete come villico. Sol io mi differenzio dagli altri e tengo in gran pregio la madre che nutre.
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05/09/2010 @ 17.02.31
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