Bruno Callieri
L'INCONTRO: FRA INTERSOGGETTIVITA' E INTERPERSONALITA'
La psichiatria è, nella sua radice, scienza dell'uomo,
dell'esistenza umana: esistenza che non è solo natura ma altresì cultura e
storia, in una parola persona. È ai concetti husserliani di Krisis, alla
riscoperta della intenzionalità della coscienza, della Lebenswelt, che si
debbono le grandi aperture d'orizzonte della psicopatologia e della
psichiatria. Aperture sul rapporto intersoggettivo, sulla corporeità,
sull'incontro, sul bisogno di intenzionare e di cogliere, sempre
husserlianamente, l'Alter-Ego e il suo esser-mondano, anche nel "caso"
clinico più inequivocabile. Ma è un cammino, quello che conduce
all'Alter-Ego, tutt'altro che semplice e lineare.
Nella tensione bipolare tra natura ed esistenza, tra spiegazione (erklären)
e comprensione (verstehen), tra il "caso" oggettivato in parametri
biologici e il "caso" incontrato nella sua realtà singola, irripetibile
ed irriducibile
(si pensi al depresso, là spiegato nelle sue determinazioni
neurobiologiche e qui, invece, inteso nelle sue dimensioni
antropologo-esistenziali), si pone un tertium: l'approccio
psicoanalitico-ermeneutico.
Un approccio, questo, governato da un principio causale metapsicologico,
umanistico nella sua prassi, segnato da una dialettica sempre più acuta
tra naturalità e storicità dell'uomo, da un'irriducibile ambiguità tra
spiegare e comprendere: l'ambiguità dell'interpretazione.
Un tertium che si dà, sempre, quale parola ineludibile. Parola che ci fa
riconoscere, in un senso ben diverso da quello positivista, che "(…) la
consapevole distanza dell'obiettivazione non è un tradimento
esistenziale della persona malata" (Straus, 19781); e possiamo allora
ben dire che il fatto che una relazione Io-Lui non possa essere
trasformata nella relazione Io-Tu, può davvero costituire una
manifestazione primaria fondamentale della modalità psicotica
dell'esserci. Lo psichiatra, quindi, come pure ci ricorda Tellenbach,
non può che proporsi come camaleonte di metodi. Nella pratica
quotidiana, infatti, egli incontra l'altro non già come socius, come
compagno da ridurre poi a caso clinico. Al contrario, egli incontra un
caso clinico, sia pur di tipo particolare, che lo riconduce sempre al
dilemma che connota l'essenza stessa della psichiatria: natura e/o
esistenza.
Per tali ragioni, il nodo essenziale dell'intersoggettività, la sua
articolazione su un registro propriamente umano, diviene per la
psichiatria il punto più duro ed inaggirabile. Un nodo che, mentre per
la psicoanalisi costituisce il nucleo centrale stesso della cura, del
recupero del paziente, per la prospettiva antropologico-esistenziale si
fonda e si fonde, essenzialmente, nella singolarità della persona, cioè
in un transito ontologico, dall'intersoggettività all'interpersonalità.
In tal senso, se, da un lato, va riconosciuta piena validità sul piano
operativo all'impostazione psicoanalitica, non può essere eluso,
dall'altro, il prender atto dei recenti sviluppi delle dottrine
psicopatologiche: gli stessi sviluppi rilanciati proprio dal
ripensamento della dimensione inoltrepassabile della singolarità della
persona e che, nei termini di rapporto e di incontro, hanno radicalmente
riformulato l'accesso alla prospettiva umana. Prospettiva che
declinerebbe verso l'oblio se l'approccio rimanesse esclusivamente
naturalistico: e sarebbe una perdita davvero irreparabile.
Se la coscienza è essenzialmente intenzionalità e l'esser-ci è sempre
esser-ci-nel-mondo ("Im Ich-sagen spricht sich das Dasein als
in-der-Welt-sein aus"), allora l'Io si configura sempre, anzitutto, come
relazione.
È qui che dimora il significato (per la psichiatria) del marceliano "esse
est co-esse": un co-esse che consente, anche alla luce del Personalismo
di E. Mounier, la fondazione metodologica di un'antropologia
dell'incontro.
È proprio l'intersezione tra l'antropologia dell'incontro e il
Personalismo a costituire uno dei piani teorici più saldi su cui fondare
ogni trattamento psicoterapeutico: da qui, da questo incontro,
scaturisce la possibilità di cogliere l'altro in prima persona (come un
Tu, o come un Alter-Ego).
Muovendo dal Tu e dal Noi (Buber), l'antropologia dell'incontro fa
compiere un vero giro di boa al pensiero psichiatrico moderno, più
sensibile all'istanza umana. Un incontro che non è più vissuto solo in
quanto esperienza-limite, ma che è assunto quale fenomeno primordiale
antepredicativo, costitutivo del vivere umano: l'esse est co-esse di
Gabriel Marcel (1937).
In tal senso Laín Entralgo parla con chiarezza di
crisi del Yoismo: il mio Io (anche nel suo senso metapsicologicamente
più esteso) non esaurisce la propria realtà. Heidegger, in Einführung in
die Metaphysik, dice che non è più il tempo dell'Io ma è il tempo del
Noi ("die Wirzeit statt der Ichzeit"). Una costituzione del noi, della
noità (Wirheit), dunque, inevitabilmente anteceduta dalla costituzione
dell'altro (Callieri, 1996). Tuttavia, non possiamo non chiederci - con
Sartre - se si sia autorizzati a "(…) passare dalla coesistenza empirica
ed ontica dell'esser-con alla posizione della coesistenza come struttura
ontologica del nostro essere-nel-mondo".
Va chiarito, in altri termini, se sia più che un nudo dato che il "mio"
mondo debba essere il "nostro" mondo; se, ancora, questa coesistenza sia
un aspetto strutturale dell'esistenza umana.
Gettar luce su una siffatta, cruciale, questione è di grande significato
per la fondazione e la plausibilità teoretica di una psichiatria
interpersonale.
Heidegger ha lucidamente sottolineato che proprio le
modalità precarie di coesistenza rivelano la cifra coesistentiva
dell'esistenza. "Anche l'esser-solo dell'esser-ci - egli sostiene - è
coesistenza nel mondo (…).
L'esser-solo è un modo deficitario del co-essere".
C'è da osservare, comunque, che i "modi deficitari" della coesistenza
(ammesso che sempre lo siano) non "provano" che l'esser-con nel mondo
sia l'aspetto strutturale esclusivo dell'esistenza umana: cioè non
esiste solo una dimensione interpersonale, ma anche una dimensione
interpersonale. Ma allora proprio tale consapevolezza, insieme al
riconoscimento della piena validità e fecondità euristica delle altre
modalità di approccio della psichiatria attuale (biologico,
psicoanalitico sensu stricto, comportamentale, ecc.), devono spingerci a
ribadire la pienezza, la densità, l'imprescindibilità, della dimensione
interpersonale, e la radicalità del suo appello.
Opzione di fondo di queste riflessioni, infatti, è che la psicopatologia
- come fenomenologia dell'intersubiettività - sia esigenza sempre più
ineludibile, premessa fondamentale ad ogni psichiatria che voglia
rimanere in un orizzonte antropologico. Proprio nel senso di Natanson,
che osserva: "(…) the intersubjectivity remains the root problem of
philosophy for those who follow Husserl"; invero proprio in tal senso si
colloca l'incontro, dall'intermediarietà del corpo alla dimensione
interpersonale, dall'inconscio pre-psicologico allo spazio
intersoggettivo (Desanti).
È qui che si situa, con molteplici angolazioni ancora in gran parte da
esplorare, l'incontro psichiatra-paziente e, in particolare, l'incontro
psicoterapeutico. Ma la dimensione dia-logica di questo rapporto non è
risolubile in psico-logia: è antropologia. Buber, anticipando un tema
ripreso dalla più recente riflessione psicoanalitica e di psicologia del
profondo, a proposito del controtransfert, ha indicato, con chiarezza e
a più riprese, che questa comprensione dialogica muove sì dall'onticità
delle due esistenze ma si costituisce solo tra loro (ilFaktisch Zwischen
Ihnen), cioè nel trascendimento di entrambe. Qui, propriamente, si situa
l'incontro, che è, buberianamente, Gnade und Geheimnis (Grazia e
Mistero).
Ancor più pregnante per l'agire psichiatrico è stato l'apporto del
pensiero di Max Scheler, il quale, specie ne Gli idoli
dell'autoconoscenza, ha ampiamente mostrato come il singolo,
l'individuo, sia sempre preceduto, nella costituzione psicologica, dal
noi(Callieri, 1963).
L. Binswager, con tutta la sua opera, è stato - per lo psichiatra
antropologicamente educato (ma sempre sensibile all'intenso richiamo
freudiano e junghiano) - un Weg-weiser, un indicatore di via, una guida:
la guida allo studio attento e partecipato della co-presenza, del
co-esser-ci dell'uomo minacciato di perdita radicale dai processi di
massificazione, ma anche, più sottilmente, dal predominio della propria
ipseità.
Qui, però, l'accesso va precisato e colto muovendo, più che da
determinazioni e definizioni ontologiche, proprio dall'evento concreto
dell'incontro e della coesistenza. Discende, da qui, nella psichiatria
attuale, il ruolo prevalente di tale prospettiva sul momento diagnostico
e nosologico (radicalmente obiettivante, ma che resta tuttavia
utilissimo dal punto di vista operativo, come mostrano i vari DSM e
ICD). E questo è, appunto, l'approccio concreto, operativo, ai singoli,
clinici, fallimenti dell'incontro, o alle sue limitazioni, o
impossibilità, ed è anche, a ben vedere, la giustificazione teoretica di
ogni de-istituzionalizzazione.
L'approccio psichiatrico fondato sulla prospettiva
di un autentico impegno coesistentivo, sulla reciprocità di un nuovo
rapporto medico-paziente, diviene allora antinomico ad ogni reificazione
dell'altro.
È importante, sottolineare la posizione feconda e fondamentale che tali
impostazioni concettuali e culturali sono andate assumendo nel vasto
panorama della corporeità, del rapporto intersoggettivo, dell'incontro
interpersonale, della dimensione alter-egoica anche nel "caso" clinico
più cronicizzato ed equivocabile.
Ma il cammino che conduce all'Alter- Ego è tutt'altro che facile ed è
irto di ostacoli e di pericoli, di fate morgane e di trabocchetti. Nella
tensione dialettica fra "natura" ed "esistenza", fra "spiegazione" e
"comprensione", fra il "caso oggettivato" in parametri biologici, e il
"caso incontrato" nella sua realtà singola, irripetibile e irriducibile
(si pensi qui alla bidimensionalità del depresso), si pone un tertium:
l'approccio psicoanalitico, causalistico nella sua metapsicologia, ma
sempre più umanistico nella sua prassi, con una dialettica sempre più
impegnata e vivace fra naturalità e storicità dell'uomo, ma con
un'irriducibile ambiguità fra spiegare e comprendere: appunto,
l'ambiguità della Deutung, dell'interpretazione ermeneutica, del
rapporto fra ermeneutica e narrazione (Martini).
È così che la prassi psichiatrica ha iniziato a dialettizzarsi,
articolandosi sul nodo essenziale dell'intersoggettività, nodo che si è
posto sempre più perentoriamente come recupero del soggetto,
dell'Alter-Ego, proprio perché fondato sulla singolarità e onticità
della persona, dando così luogo, già all'inizio degli anni Settanta,
all'antitesi cura-custodia, nell'ospedale psichiatrico, come io ebbi
modo di vivere a tutto spessore in quegli anni per me indimenticabili.
Fin da allora andò delineandosi sempre più nettamente l'opzione che
presto divenne un'esigenza ineludibile: la psichiatria come paradigma
fenomenologico dell'intersoggettività, e ciò come inevitabile premessa
all'interpersonalità di ogni psichiatria che voglia porsi, anche
eticamente, come propriamente antropologica.
Qui deve situarsi senza alcuna ambiguità l'attuale svolta antropologica,
che iniziò proprio con l'animare la ben nota Legge 180, e che ha
proseguito pur fra mille ostacoli.
È opportuno ricordare, a tal proposito il pensiero (in verità poco
presente nella più recente riflessione psichiatrica italiana) di Viktor
von Weizsäcker, medico ed antropologo, che indicò, con coerenza e
lucidità di pensiero, la relazione interpersonale come prima categoria
dell'umano, come chiave per la formazione e la lettura del rapporto
medico-paziente. Nella sua prospettiva anti-idealistica, centrata su di
una visione patica e non ontica dell'esistenza umana, l'incontro assume
il senso di un apriori, accadimento originarioche solo secondariamente
prende espressione nelle sfere linguistiche, sensoriali, motorie,
emotive, logiche. L'Io, per von Weizsäcker, "(…) non si dà mai da solo,
ma fa esperienza di sé nell'incontro, e innanzi tutto nell'incontro col
Tu. Lo stesso vale per il Tu che mi incontra, cioè incontra l'Io. La
modalità patica costitutiva di ogni dimensione personale implica
essenzialmente che questa è non-ontica".
Seguendo von Weizsäcker, riteniamo che nella pratica psichiatrica il
dare e il ricevere costituiscano un atto unitario, che può essere ben
indicato come relazione di totalità, proprio secondo i principi della
"psicologia della forma". Questo nesso indissolubile, dimostrato
fattualmente in persone che svolgono un lavoro in comune, va
riconosciuto come fondativo di ogni situazione bipersonale (medica
compresa), cioè in ogni situazione in cui è fondamentale la reciprocità.
È proprio partendo da questa reciprocità che è possibile prospettare -
si pensi alle ricerche della Scuola psicoterapeutica di Stoccarda - in
modo metodologicamente fondato, il passaggio dal transfert
(psicoanalitico) all'incontro (antropologico).
Così, se il modello transferale (e contro-transferale) della relazione
analitica resta sempre la cifra fondamentale di ogni procedimento
psicoterapeutico, diviene necessario, alla luce di quanto fin qui
osservato, restituire al transfert un destino diverso da quello di una
rigida delimitazione della teoresi metapsicologica, per "schiudere" il
paziente alla dimensione dell'incontro. In questo ambito - che dovrebbe
essere prolegomeno ad ogni clinica psichiatrica - l'Io pensodeve essere
senza ambagi rimpiazzato dal Noi esistiamo, ove l'altrosi rivela a me
come sorgente di senso e di significato, e dove è mio compito (compito
di comunità terapeutica) restituire al paziente il senso di
appartenenzae di reciprocità.
È ovvio che questo Noipresenta molte forme e contiene una moltitudine di
possibilità, che debbono essere investigate; è questo il vasto compito
della psicologia fenomenologica, che può qui trapassare in psicologia
sociale, col passaggio dall'Ego-sistema all'Eco-sistema. Alla
psicopatologia compete più propriamente lo studio delle deficienze e
delle distorsioni di tale coesistenza. Ciò illumina di una luce nuova
l'approccio all'isolamento schizofrenico, alla corazza delirante,
all'arresto depressivo della temporalità, al congelarsi melancolico
della colpa, all'autenticità d'amore isterica e narcisistica, alla
passività dell'evitamento, alla "stabile instabilità" del borderline, al
mondo ostile del paranoide. Sono questi, appunto, i temi dell'indagine
psicopatologica attuale più autenticamente antropologica; anche se - va
detto energicamente - qui spesso domina il si impersonale dell'esistenza
giornaliera, dove avvertiamo sempre, in negativo, la verità
antropologica dell'agostiniano "Nihil homini amicum, sine homine amico".
Nella proposta che da parecchio tempo abbiamo fatto nostra sempre più si
rivela tutto lo spessore umano del pensiero di Martin Buber, e ora anche
di Emanuel Lévinas, secondo i quali il fatto fondamentale dell'esistenza
umana è l'uomo con l'uomo, cioè la relazione, l'appartenenza mutua, la
reciprocità. Riconoscere ed accettare ciò, incarnandolo, è stato, per la
cultura antropologica degli ultimi decenni un fatto dalle conseguenze
incalcolabili; esso ha veramente consentito lo strutturarsi ex novo del
nostro quotidiano incontro con la persona schizofrenica, e più in
generale con l'uomo mentalmente disagiato. Un terapeuta dovrebbe tendere
ad essere sempre meglio disposto a favorire questa partecipazione,
questa apertura esistenziale.
Ecco allora il transitofondamentale: da un accanito ed irriducibile
solipsismo, che creando l'altro forse già si propone di distruggerlo,
alla reciprocità delle coscienze: radicale giro di boa che si realizza
tramite l'appartenenza, a sè e all'altro-da-sè; questa reciprocità è
dimensione costitutiva della persona; è quell'elemento che "caratterizza
l'essere rispetto ad ogni altra qualità fondamentale" (Minkowski, Vers
une cosmologie, cap. XVII).
Toccare ed essere toccato, essere-due o, meglio, essere-a-due (être-à-deux,
ibidem, pag.182) rappresenta qui un carattere molto più basale del mero
essere-uno: e ciò in tutta la gamma del coesistente, dalle papille
tattili al toccarsi d'anime. Qui la pagina minkowskiana è veramente
fondante "Tale reciprocità, inscritta nel toccare, determina così il
modo speciale di essere di tutto ciò che è (…)il me e l'altro nella loro
reciprocità è un fenomeno assai più originario del semplice me che, come
tale, in fondo non significa assolutamente nulla".
L'être-à-deux, la reciprocità, indica in tal modo, quasi
perentoriamente, l'appartenenza come categoria primaria dell'umano; qui,
forse, paradossalmente, il noi va inteso come un'identità, ma -
attenzione! - identità eterogenea: ognuno non riceve l'altro che per
poter restare altro-da-lui.
C'è un vero e proprio va e vieni dialettico tra l'identità del noi e
l'eterogeneità dell'Ego e dell'Alter-Ego,
del Je-Toi, del Ich-Du, dell'I-You. Ma questa promozione mutua, che sta
alla base di ogni dimensione dialogica, si esprime attraverso un lavoro
pericoloso, forse sempre inadeguato, e forse mai riesce a saturare o a
saturar-si tramite la propria apertura alla reciprocità: è qui tutta la
dialettica della persona (L. Lavelle), dialettica fra ec-sistentia ed
in-sistentia, vocazione ed invocazione, appello e consenso, dono e
scelta. Se, come dice Buber, "il fatto fondamentale dell'esistenza umana
è l'uomo con l'uomo" e se il tra-uomo-e-uomoè un fatto che non ha
l'eguale nella natura, cioè è una relazione di reciprocità, allora
dobbiamo dire, forse andando oltre Lavelle, che la radice di ogni
reciprocità è nell'alterità. È su questa sfera di interrelazione che si
fonda l'appartenenza, come appartener-si e appartenere al mondo, quindi
come dialettica produttiva: è quello che a me sembra appropriato
indicare come proporzione antropologica, sulla scia del pensiero
binswangeriano.
Imprescindibile qui il richiamo a Maurice Nédoncelle, a questo pensatore
che, nella sua magistrale Thése de Sorbonne del 1942, ripresa molto
acutamente da L. Jerphagnon nel 1977, sottolineò efficacemente quel che
a me pare doversi tuttora assumere come uno dei dati fondamentali della
psicopatologia delle reciprocità: l'indifferenza, l'apatia, l'acedia, il
distacco, il disimpegno. Nédoncelle, curvando con ogni evidenza il
proprio pensiero sulla regione etico-antropologica ma anche
costituendosi indicatore di innegabili dimensioni psicopatologiche (che
solo l'ottica del Personalismo consente di individuare), dice
propriamente: "jouer l'indifférence revient à une anesthésie de l'âme".
Questa dimensione dialogica non sembra accessibile per le usuali nozioni
psicopatologiche, quantificabili o esprimibili in scale e questionari;
si tratta di qualcosa di meta-psicologico, di esistenziale, di ontico.
Con Buber, però si può dire chiaramente che questa comprensione
dialogica "non si ottiene partendo dalla irriducibile singolarità
dell'esistenza personale, dalla sua onticità, ma da ciò che si
costituiscetra loro e trascende l'uno e l'altro" (Herzog).
Qui mi preme sottolineare in special modo la feconda attuale posizione
terapeutica della interpersonal psychiatry, da cui scaturisce la
possibilità di cogliere l'altro in prima persona (come un Tu, o come un
Alter-Ego); e qui viene a farsi imperioso il richiamo a von Weizsäcker,
il quale giunge ad affermare senza esitazioni, anzi con un discorso
stringente, che non è l'Io ad aprire all'assolutezza metafisica, bensì
il noi (inevitabile, qui, il dire di Aldo Masullo). Per von Weizsäcker,
infatti, è davvero nodale il pensiero che "la relazione è la categoria
primaria dell'umano", ed è dunque la chiave di volta per l'illuminazione
del rapporto medico-paziente.
In vero, bisogna riconoscere che il paziente è stato ed è visto dal
medico prevalentemente in conformità alla concezione naturalistica anche
nella teoresi psicoanalitica, quindi in ambito di radicale
oggettivazione; mentre la concezione di von Weizsäcker è ben diversa,
intendendo il rapporto medico-paziente come un atto unitario, appunto la
relazione, che si armonizza appieno col suo ciclo della forma, fondato
sul nesso indissolubile tra percezione e movimento. In tal senso gli
studi di P. Christian e di varie scuole di Gestaltherapie sulle
situazioni bipersonali prospettano la dimensione della reciprocità e
della solidarietà che si fondano sul reciproco occultamento del sé, dove
azioni e sensazioni sembrano essere sempre proprie.
A tal proposito è opportuno ricordare il denso concetto heideggeriano di
struttura di co-appartenenza reciproca, la Zusammen-gehörigkeit
(espressa da Heidegger in Holzwege), che imposta proprio nell'ambito
dell'appartenenza le possibili basi teoretiche della reciprocità.
Vorrei aggiungere che certamente il transfert è (e resta) sempre di
fondamentale importanza, perché rappresenta l'ab-reazione sull'analista,
a mò di riflesso, di moduli comportamentali della prima infanzia; è
quindi opportuno parlare di analisi del transfert e di risoluzione di
esso. Ma solo quando il paziente si apre all'incontro, solo allora esso
comincia a porsi in autentica capacità di relazione: sempre con un
arricchimento patico e timico davvero sorprendente, insito appunto nella
dimensione delle reciprocità.
È necessario quindi -ciò negli ultimi anni è divenuto per me quasi
dimensione etica - riscattare il transfert dalla sua angusta cornice
naturalistica e quasi meccanicistica, schiudendolo all'incontro, cioè al
noi; si pensi qui non solo a Kohut ma anche a Rapaport, Klein,
Peterfreund, Holt, Schafer, M. Gill e soprattutto a A. Modell
(cfr. Arnetoli, Migone). Né si può qui ignorare il contributo, ancora
attuale, di C. Benda (1961) il quale ha rappresentato a suo tempo una
delle più consapevoli e valide voci orientate in tal senso nella
psicoterapia anglosassone, riprendendo con efficacia il tema
binswangeriano dell'amore. Proprio pensando alla posizione di questi
autori, mi rendo conto che si tratta comunque di un orizzonte assai
problematico per il pensiero psicoanalitico "ortodosso".
Certamente sul terreno duro e scabroso della psicopatologia, anche di
quella più sensibile alla ricerca del senso e del significato, le
perplessità e le difficoltà non sono poche. Si tratta di percorrere, in
concreto, un crinale assai difficile, una linea di confine - come
direbbe Paul Tillich - sottile e, non raramente, scabra ed insidiosa.
Invero, il noi dell'incontro, male inteso o malpraticato, può rischiare
di transire in un fumoso ed equivoco sentimentalismo, in un irrazionale
patetismo, in facili "sconfinamenti" spiritualistici o ambiguamente
sensualistici.
Resta sempre e comunque il vasto deserto della caduta dell'incontro, del
suo scacco, del suo fallimento nella regio schizophrenica, nella palude
paranoide, nelle nebbie melancoliche; già Giese con von Gebsattel e poi
von Baeyer ci offrirono cinquant'anni fa pagine indimenticabili
sull'incontro mancatocon lo schizofrenico, sull'impossibilità di
strutturare il noi, propria del paranoide, del delirante, del maniacale
e di tanti disturbi di personalità più o meno fortemente connotati di
antisocialità e/o di perversione.
È così che oggi possiamo considerare la psicopatologia non solo come lo
studio delle distorsioni della comunicazione intersoggettiva ma anche, e
forse soprattutto, come l'indagine delle distorsioni antropologiche
dell'incontro, quindi delle distorsioni dell'interpersonalità. Se la
necessità di una fondazione interpersonale della coscienza si impone,
essa si impone anche come chiave ermeneutica sine qua nondei disturbi
psichici e della loro "terapia".
Il disturbo psicotico dell'incontro è non soltanto tematico, ma anche
modale, ed è inoltre un disturbo dell'ordinamento estetico (nel senso di
J. Zutt), dello "stare", del fisiognomico: si pensi al capogiro,
all'esperienza del panico, al senso di colpa, al crollo della "rovina".
L'approccio antropologico a questi modi distorti della co-esistenza,
accanto all'apertura sempre maggiore verso i suggerimenti degli
indirizzi psico-dinamici e psico-analitici e verso un indirizzo meno
monodimensionale degli operatori psichiatrici, ad ogni livello
formativo, ha consentito di rivedere in chiave completamente nuova
configurazioni psicopatologiche che rischiavano di esser consegnate una
volta per tutte ad un desolato e squallido destino.
È proprio su questi rinnovati presupposti antropologici e psicopatologici
che deve poggiare il fondamento sociale di un eventuale cammino di
recupero di tanti sofferenti psichici al mondo delle istanze
coesistenziali.
Il compito riabilitativo consiste, dunque, oggi nel sostituire
lentamente, ma senza arresti, all'oggettivazione del sintomo (pur tra
mille ostacoli pratici), la dimensione del senso e del significato di
ognuna di queste esistenze (il cui nome, altrimenti, sarebbe legione),
senza cadere nella trappola, sempre incombente, della
de-istituzionalizzazione che si trasforma - con abili camuffamenti e
mistificazioni - in trans-istituzionalizzazione.